domenica 18 febbraio 2024

Il Marforio - Musei Capitolini

 Il Marforio


Il Marforio è un'enorme scultura marmorea di epoca romana, risalente al I secolo.

La statua, di dimensioni monumentali (610x242cm ), raffigura un personaggio maschile semisdraiato sul fianco sinistro, nudo a eccezione di un manto che gli avvolge il braccio sinistro e la parte inferiore del corpo, dal bacino in giù. La figura è dotata di una folta capigliatura e di una barba parimenti riccioluta. L'iconografia rimanda a una divinità acquatica o alla personificazione di un corso d'acqua; la conchiglia che stringe nella mano destra, aggiunta nel XVI secolo, ha stabilito la sua identificazione postuma col dio Oceano.

Il Marforio è una delle sei "statue parlanti" di Roma, insieme al Pasquino, all'Abate Luigi, al Babuino, a Madama Lucrezia e alla  Statua del Facchino: sul corpo di queste statue erano affisse violente ed anonime satire in versi indirizzate ai personaggi in voga nella Roma de XIV e XV secolo, quale espressione del malcontento popolare nei confronti della classe più elevata che deteneva il potere ed il controllo della città.

L’opera fu rinvenuta nel Foro di Augusto, presso il Tempio di Marte Ultore, nel XVI secolo, nella zona denominata nel Medioevo Foro di Marte o Martis Forum: l'origine del nome Marforio deriverebbe dalla deformazione del termine latino; oppure, secondo un’altra ipotesi il nome sarebbe invece da attribuire alla famiglia Marfoli o Marfuoli, che aveva delle proprietà nei pressi del Carcere Mamertino, nella zona in cui fu rinvenuta la statua. Nel 1588 fu trasportata in piazza S. Marco per volere di Papa Sisto V ma, poco tempo dopo, fu spostata sul Campidoglio, per essere collocata in una fontana progettata da Giacomo Della Porta nel 1594,



Il Principe Ellenistico - Museo Nazionale Romano

 Il Principe Ellenistico 



Il cosiddetto principe ellenistico è una statua in bronzo  realizzata con la tecnica della cera persa, ovvero realizzando la scultura vera e propria intagliando e modellando la cera, attorno alla quale venne costruito un calco in gesso, in cui venne poi colato il metallo che, fondendo la cera, la disperse (a cera persa appunto, un metodo usato ancora oggi in oreficeria). 

In base alla tecnica di realizzazione di questo straordinario bronzo, si è soliti datare la scultura nella prima metà del II secolo a.C., andando quindi a riconoscervi influenze del lavoro tipico di Lisippo, soprattutto quando si guarda alle dimensioni della testa, più piccola rispetto al corpo, alla pettinatura e alla presenza della lancia, particolarmente adatta all’immagine di un vincitore.

La statua fu ritrovata, insieme al Pugilatore in riposo, su un versante del Quirinale, probabilmente nei resti delle Terme di Costantino nel 1885, durante i lavori di costruzione del Teatro Drammatico Nazionale; le due sculture, che a quanto pare furono seppellite in antichità con cura, non sono comunque correlate tra loro, appartenendo a due periodi differenti di esecuzione.

Rappresenta un giovane nudo, con un lieve velo di barba, in posa eroica; è appoggiato enfaticamente con la mano sinistra su una lunga asta, sul modello dell'Eracle del greco Lisippo. Il soggetto è di difficile attribuzione. Taluni studiosi hanno ritenuto che sia il ritratto di un principe ellenistico (Attalo II), altri di un generale romano (Tito Quinzio FlamininoQuinto Cecilio Metello MacedonicoPublio Cornelio Scipione Emiliano).


Ares Ludovisi - Museo Nazionale Romano

 Ares Ludovisi


È una copia romana di un originale greco attribuito a Scopa o a Lisippo databile intorno al 320 a.C. Resta dubbia l’identificazione della figura, tradizionalmente considerata il dio della guerra. Recentemente è stata avanzata l’ipotesi si tratti di Achille. L’uomo è seduto e con le armi deposte: poggia il piede sinistro sul suo elmo, mentre sulla gamba destra è poggiato il suo scudo.

La preziosa scultura fu rinvenuta nel 1622 vicino alla chiesa di San Salvatore in Campo. Non è da escludere in origine appartenesse al Tempio di Marte del quale non rimangono che esigue tracce e che era stato eretto nella parte più a Sud del Campo Marzio.

L’opera entrò a far parte della collezione di antichità del facoltoso cardinale Ludovico Ludovisi, niente meno che nipote di papa Gregorio XV, al secolo Alessandro Ludovisi.

La scultura venne poi fatta restaurare a Gian Lorenzo Bernini, all’epoca giovanissimo. Si occupò in primis di rifinire la superficie e poi realizzò l’intero piede destro.


Nel 1901 l’erede di quella preziosissima collezione, il principe Boncompagni Ludovisi, la mise all’asta.

Lo Stato italiano acquistò 96 opere fra le quali l’Ares Ludovisi, oggi ubicato presso Palazzo Altemps che è sede del Museo Nazionale Romano mentre tutte gli altri pezzi d’arte finirono in musei europei e statunitensi.

Il celebre archeologo WInckelmann defini la statua «il più bel Marte dell’antichità».  

 



La Venere Capitolina - Musei Capitolini

La Venere Capitolina

 


La scultura, di dimensioni di poco maggiori del vero, fu rinvenuta nei pressi della basilica di San Vitale intorno al 1666-1670 e fu acquistata e donata alle collezioni capitoline, da papa Benedetto XIV nel 1752. 

Durante la campagna napoleonica in Italia, nel 1797, fu portata a Parigi per volontà del generale Napoleone, insieme alle altre opere prelevate per mezzo del trattato di Tolentino, quali il Bruto capitolino e lo Spinario, nel contesto delle spoliazioni napoleoniche.

 La statua ritornò, poi, a Roma nel 1815, e fu da quel momento esposta presso i Musei Capitolini, dove è tutt'oggi conservata, grazie all'intervento del Canova, successivamente al Congresso di Vienna.

 Per fama era pari all'Apollo del Belvedere, alla Venere de' Medici, al Laocoonte, al Discobolo o ai Cavalli di San Marco. Venne restituita durante la Restaurazione col Congresso di Vienna e l'opera del Canova.

L'opera ritrae Venere al bagno, nella posizione pudica. Essa infatti si piega leggermente su se stessa per coprirsi con le mani e le braccia il pube e i seni. Accanto a sé ha un panno appoggiato su un'alta anfora. L'acconciatura è alquanto particolare, coi capelli annodati sia sulla nuca, sia sulla testa, a mo' di fiocco.

Evidente è la ricerca di una resa naturalistica e idealizzata del corpo femminile nudo, che all'epoca aveva messo in secondo piano i significati sacrali legati alla figura della dea nelle rappresentazioni anteriori.

 


lunedì 12 febbraio 2024

Ermafrodito dormiente - Palazzo Massimo

 Ermafrodito dormiente

II sec. a.C.



La statua fu rinvenuta nel 1879 all'interno di un edificio privato sotto il Teatro dell'Opera a Roma. La statua si trovava in una nicchia murata e riempita di terra del peristilio.

Raffigura un giovane, che dorme sul proprio mantello, con la testa appoggiata sul braccio destro che fa da cuscino. Il corpo giace sul fianco. L'acconciatura è molto raffinata, con i capelli lunghi raccolti sulla nuca. La scultura si ispira forse a Eros dormiente. La veduta posteriore, con i glutei in primo piano in modo provocante, suggerisce la bellezza di un corpo femminile. La parte anteriore mostra invece l'organo sessuale maschile. 

Questi elementi fanno identificare la figura con l'Ermafrodito, che la mitologia greca riteneva fosse figlio di Ermes e di Afrodite. Secondo il poeta latino Publio Ovidio Nasone, era un ragazzo di grande bellezza che venne trasformato in un essere androgino dalla doppia identità sessuale, grazie all'unione soprannaturale con la ninfa Salmace.

L'opera è ascrivibile alla scultura ellenistica che immaginava statue che, a seconda della loro angolazione, potevano cambiare la loro identità sessuale.

Dell'Ermafrodito dormiente esistono versioni diverse. È probabile che tutte queste statue derivino da una celebre statua ellenistica, forse l'Hermaphroditus nobilis opera di Policle, di origine ateniese, autore di una serie di statue commissionate da magistrati romani della metà del II secolo a.C.



Statua del Nilo - Musei Vaticani

 Statua del Nilo 

I sec. d.C.


A seguito della sconfitta di Waterloo (1815), il Vaticano chiese alla Francia la restituzione delle opere d’arte che le truppe napoleoniche avevano trafugato da Roma nel 1797 come bottino di guerra; fra queste vi era il Nilo, una colossale scultura marmorea databile al I secolo d.C., attualmente collocata nel Braccio Nuovo dei Musei Vaticani.

La colossale statua del Nilo venne rinvenuta nel 1513 in Campo Marzio, dove probabilmente decorava il cosiddetto Iseo Campense, dedicato alle divinità egizie Iside e Serapide. Il fiume è raffigurato come un vegliardo disteso su di un fianco, con una cornucopia colma di frutti nella mano sinistra e spighe di grano nella mano destra. La terra d'Egitto è evocata dalla presenza di una sfinge, sulla quale la figura si poggia, e da alcuni animali esotici. La scena è vivacizzata da sedici putti, che alludono ai sedici cubiti d'acqua, cioè il livello raggiunto dal Nilo durante la stagione delle inondazioni. Sul basamento è raffigurato un paesaggio nilotico con pigmei, ippopotami e coccodrilli. 

È probabile che la scultura si ispiri a una monumentale statua del Nilo in basalto nero, capolavoro della scultura ellenistica alessandrina, che Plinio il Vecchio descrive all'interno del Foro della Pace.




Ercole del Teatro di Pompeo - Musei Vaticani

 Ercole del Teatro di Pompeo

II sec. a.C.



L'Ercole del Teatro di Pompeo è una scultura in bronzo dorato, scoperta nel 1864 nei pressi del Teatro di Pompeo nell'area del cortile di palazzo Orsini Pio Righetti. Fu sepolta con cura sotto le piastrelle protettive, con inciso FCS (fulgor conditum summanium - qui è sepolto  un fulmine di Summano dio dei tuoni), indicando che era stato colpito da un fulmine ed era stato accuratamente sepolto sul posto.

Si tratta di un bronzo romano classicheggiante dei primi anni del II secolo a.C., che aderisce allo stesso canone delle proporzioni di Lisippo.

La figura si appoggia leggermente sulla clava tenuta in verticale; la pelle del leone di Nemea è drappeggiato sul suo avambraccio sinistro.

Mostra caratteristiche simili all'Ercole del Foro Boario: entrambe le sculture mostrano il tipico stile di Lisippo, in cui il peso della figura è tutto su un piede. Anche se la loro muscolatura è esagerata, sono in netto contrasto con il barbuto, corpulento e forse più familiare Ercole Farnese.


Ercole Capitolino - Musei Capitolini

 Ercole Capitolino

II sec. a.C.



L'Ercole del Foro Boario, noto anche come Ercole capitolino, è una statua in bronzo dorato scoperta nel sito del Foro Boario dell'antica Roma quando i resti del tempio a lui dedicato furono demoliti durante il papato di Sisto IV (1471–84). 
Nel 1510 è già inventariato nel Palazzo dei Conservatori al Campidoglio dove è tuttora conservato. È probabilmente la statua di culto citata da Plinio il Vecchio nel tempio circolare, il tempio di Ercole Vincitore che si trovava nell'antico mercato del bestiame, e che presentava anche un altare all'aperto dedicato a Ercole.

Ercole ha la sua clava nella mano destra e tiene nella sinistra le tre mele del giardino delle Esperidi. Le mele lo identificano specificatamente come l'Ercole dell'occidente, il luogo dove vinse Gerione. Nelle versioni romane del mito delle fatiche di Ercole, Caco, sull'Aventino, rubò il bestiame mentre Ercole dormiva. Ercole guidò il resto della mandria vicino al luogo dove Caco aveva nascosto gli animali rubati, ed essi cominciarono a chiamarsi gli uni con gli altri. Ercole allora uccise Caco e, secondo i romani, fondò un altare dove in seguito si tenne il Forum Boarium, il mercato dei bovini.


Torso del Belvedere - Musei Vaticani

 Torso del Belvedere

I sec. a.C.



Il Torso del Belvedere è una scultura mutila in marmo, firmata dallo scultore del I secolo a. C. Apollonio di Atene e conservata nel complesso del Museo Pio-Clementino, all'interno dei Musei Vaticani.

Opera autografa dallo stile neoattico, la scultura ha una notevole importanza nella ricezione culturale dell'arte greca in età moderna, per l'influenza esercitata (insieme al Gruppo del Laocoonte e all'Apollo del Belvedere) sullo sviluppo della storia dell'arte in epoca successiva alla sua scoperta, grazie alla fortuna e alla fama di cui godette presso scultori e pittori di varie età, a partire dall'arte rinascimentale.

Non si conoscono né il luogo né la data della sua scoperta; è stato menzionato per la prima volta da Ciriaco d'Ancona, che lo vide nel palazzo del cardinale Prospero Colonna tra il 1432 e il 1435. Rimase quindi per decenni al Palazzo Colonna del Quirinale, dove era ancora presente ai primi del Cinquecento. Risultano leggende, invece, quelle su una sua scoperta in epoca successiva, nella zona di Campo de' Fiori o alle terme di Caracalla, durante il pontificato di Papa Giulio II (1503-1513).
 
Intorno a questo periodo, la si ritrova in possesso dello scultore Andrea Bregno, dalla cui collezione confluì poi nelle raccolte papali, all'interno del Cortile del Belvedere, divenendo oggetto di studi e ammirazione da parte dei più grandi maestri, tra i quali Michelangelo e Raffaello. La lunga permanenza nei giardini gli valse il nome di "Torso del Belvedere".

Una leggenda racconta che il pontefice Giulio II, sotto il cui papato si sarebbe verificata la scoperta della statua, aveva ordinato a Michelangelo, suo scultore di fiducia, il completamento dell'opera con l'aggiunta degli arti e della testa; l'artista avrebbe declinato la proposta giudicando il Torso troppo bello per essere alterato. Si servì dell'opera, invece, quale fonte di ispirazione per alcune figure del suo capolavoro, la volta della Cappella Sistina.

La statua fu confiscata e portata a Parigi da Napoleone il 27 e 28 luglio 1798 con il Trattato di Tolentino come oggetto delle spoliazion napoleoniche. Fu sistemata nel posto d'onore nel Museo del Louvre dove divenne una delle fonti d'ispirazione del neoclassicismo in Francia. Con la Restaurazione, fu riportata in Vaticano nel 1815, sotto la cura di Antonio Canova.


Sarcofago degli Sposi - Museo Nazionale di Villa Giulia

 Sarcofago degli sposi

520 a.C.


Il Sarcofago degli sposi è una scultura funeraria di origine etrusca, databile tra il 530 e il 520 a.C., ed attualmente conservato presso Museo Nazionale di Villa Giulia a Roma.

Il Sarcofago degli sposi, in terracotta, conteneva le ceneri di una coppia di defunti, e viene ritrovato nel 1881 nella Necropoli etrusca della Banditaccia a Cerveteri e poi acquistato da Felice Bernabei, fondatore del Museo di Villa Giulia. Una altra copia dell’opera, molto simile in quanto proveniente anch’essa dalla Necropoli di Cerveteri, si trova esposta al Museo del Louvre di Parigi.

Il Sarcofago degli sposi raffigura una coppia di sposi semidistesi a banchetto su un letto matrimoniale detto kline con un coperchio. La scena del banchetto si ritrova nelle opere funerarie e trae origine dalla vita aristocratica etrusca, a sua volta derivante dal mondo greco: entrambi sono sollevati con il busto frontale e poggiano su cuscini; con molta probabilità avevano tra le mani oggetti da tavola tipici dei momenti di convivialità. Il marito ha la barba lunga, modellata da linee nette, il busto nudo e il resto del corpo coperto da un mantello, mentre con il braccio cinge le spalle della donna in segno di affetto e amore; quest’ultima è riccamente vestita con un copricapo in testa e dei calzari ai piedi, mentre le forme del corpo e del viso di entrambi (in particolare l’ovale sfinato e la forma degli occhi allungata) riprendono lo stile e l’arte greca.

L’aspetto principale della scultura funeraria è l’assoluta vicinanza delle due figure di sposi, entrambi con il busto sollevato frontalmente, come avveniva nei banchetti, secondo un criterio di parità uomo-donna. Invero nella civiltà etrusca, a differenza della civiltà greca e romana, il ruolo sociale della donna è paritetico a quello dell’uomo, e la stessa partecipava alle cerimonie e ai banchetti e in generale alla vita pubblica così come testimoniano le diverse immagine dipinte sui reperti ritrovati.


Statua Equestre di Marco Aurelio - Musei Capitolini

 Statua Equestre di Marco Aurelio

176 d.C.


La statua equestre di Marco Aurelio (Equus Marci Aurelii Antonini) è una scultura bronzea dorata raffigurante l'imperatore Marco Aurelio a cavallo, collocata nel XVI secolo nella piazza del Campidoglio a Roma, per poi essere sostituita da una copia. L'originale di questa statua è custodito nel prospiciente Palazzo dei Conservatori. La statua equestre di Marco Aurelio è l'unica statua equestre di epoca classica giunta integra all'epoca contemporanea.

La statua fu eretta nel 176 d.C o nel 180 d.C., subito dopo la morte dell'imperatore, e sulla sua originaria collocazione ci sono varie ipotesi, alcuni dicono si trovasse nel Foro Romano, altri a piazza Colonna, dove si trovava il tempio dinastico che circondava la colonna Antonina.
Nel 1539 Michelangelo ne decise l'esatta collocazione e così la statua divenne il punto di riferimento della piazza.

L'imperatore è a capo scoperto, vestito con una tunica e un pesante mantello da comandante, detto paludamentum, che è fissato sulla spalla destra con una spilla a disco. Ai piedi non porta le scarpe patrizie, ma sandali militari leggeri. Le staffe non sono presenti: all'epoca romana non erano in uso in Occidente; il cavaliere siede su un sottosella decorato di stoffa o feltro. Ha la mano destra atteggiata nel gesto dell'adlocutio, tipico dei comandanti che parlano ai propri soldati. La mano sinistra, che reggeva le redini perdute da tempo, indossa l'anello d'oro del senatore, usato per sigillare. La scultura era originariamente completamente dorata.


Lo Spinario - Musei Capitolini

 Lo Spinario 

I sec. a.C.



La statua in bronzo dello Spinario, giunta in Campidoglio nel 1471 con la donazione dei bronzi lateranensi al Popolo Romano da parte di Sisto IV, ha ben più di duemila anni e rappresenta uno dei massimi capolavori della scultura antica, e ha conosciuto un’ininterrotta fama sin dal Medioevo.

Lo Spinario ospitato dai Musei Capitolini è stato creato in età ellenistica. Si tratta di una statua che riproduce un pastorello, all’incirca dodicenne, seduto su un sedile di roccia, curvo in avanti nell’intento di togliersi una spina dal piede sinistro, la cui pianta è poggiata sul ginocchio destro. Non è una rappresentazione idealizzata né l’immagine di un dio. L’opera ritrae una figura giovanile, minuta e concentrata in un gesto che tradisce fragilità e inesperienza.

La statua misura 73 cm di altezza, una copia marmorea fa parte della collezione degli Uffizi di Firenze. Un’altra copia marmorea si trova al Louvre, una bronzea al Museo Puškin di Mosca. Durante tutto il Rinascimento fu tra le statue antiche più ammirate e copiate e in quell’epoca nacque probabilmente la leggenda del pastorello di Vitorchiano Gnaeus Martius che corse da Vitorchiano (VT) a Roma per avvertire dell’arrivo degli invasori etruschi, si affrettò ignorando la spina che gli era entrata nel piede, fermandosi per estrarla solo a missione compiuta.



Lupa Capitolina - Musei Capitolini

 Lupa Capitolina

V sec. a.C.



L’origine mitologica di Roma si basa sulla leggenda della Lupa Capitolina e di Romolo e Remo. La storia racconta che la vestale Rea Silvia fu fecondata dal Dio Marte, dal quale nacquero i due gemelli. Poco tempo dopo Numitore, nonno dei fratelli, venne scacciato dal fratello Amuilio il quale, per evitare che la coppia potesse rivendicare il trono, li fece gettare nel Tevere in una cesta. A trovarli fu proprio la Lupa, animale sacro per il Dio Marte, che si prese cura di loro finché non furono trovati dal pastore Faustolo.

La Lupa capitolina è una scultura di bronzo, di incerta datazione (la cronologia la colloca probabilmente nell'ambito del V secolo a.C.), custodita nei Musei Capitolini. Di dimensioni approssimativamente naturali, i gemelli sottostanti furono aggiunti nel XV secolo e sono stati attribuiti allo scultore Antonio del Pollaiolo. Viene tradizionalmente considerata di fattura etrusca, si ritiene che sia stata fusa nella bassa valle tiberina e che si trovi a Roma sin dall'antichità 





Il Pugile a riposo - Museo Nazionale Romano

 Il Pugile a riposo

IV sec. a.C.


La statua bronzea del Pugile in riposo, conosciuta anche come Pugile delle Terme o Pugile del Quirinale, è una scultura greca alta 128 cm, datata alla seconda metà del IV secolo a.C. e
attribuita a Lisippo o alla sua immediata cerchia[1]; rinvenuta a Roma alle pendici del Quirinale nel 1885, è conservata al Museo Nazionale Romano .

L'opera è uno dei due bronzi (l'altro è il cosiddetto Principe ellenistico), non correlati tra loro, scoperti nel marzo del 1885 su un versante del Quirinale nell'area del convento di San Silvestro e probabilmente appartenenti ai resti delle Terme di Costantino.
 
Il soggetto dell'opera è un pugile seduto, colto probabilmente in un momento di riposo dopo un incontro; le mani sono protette dalla tipologia di "guantoni" indicati come Himantes Oxeis, grossi e complessi guanti da combattimento introdotti nella pratica pugilistica dal IV secolo a.C.: le quattro dita sono infilate in un pesante anello costituito da tre fasce di cuoio tenute insieme da borchie metalliche.



Il Galata Suicida - Palazzo Altemps

 Il Galata Suicida 

I sec. a.C.


Il “Galata suicida” è una copia marmorea romana che risale al I secolo a.C. attualmente conservata presso il Museo Nazionale Romano di Palazzo Altemps di Roma. La scultura è anche nota con il nome di “Galata Ludovisi”, in quanto rientrava nella collezione d’arte di proprietà del cardinale Lodovico Ludovisi.

 L’originale dell’opera era una statua in bronzo attribuita ad Epìgono, scultore ellenistico e risalente intorno al 230-220 a.C., la quale unitamente al “Galata morente”(attualmente conservata presso i Musei Capitolini di Roma) faceva parte del Donario di Attalo un monumento della città di Pergamo, commissionate dal Attalo I, re di Pergamo, per celebrare la sua vittoria sui Galati (un popolo celtico). Entrambe le sculture sono state ritrovate nel corso degli scavi di Villa Boncompagni Ludovisi al Quirinale.

La statua, alta due metri e undici centimetri, raffigura un guerriero celtico, completamente nudo, coperto solo da un drappo sulla schiena, nell’atto estremo del suicidio, e accanto a lui
giace la sua sposa, accasciata al suolo e ormai morente. Il guerriero celtico viene immortalato mentre si trafigge con una spada dalla lama corta: il busto teso in avanti, le gambe divaricate, la muscolatura delineata nei minimi particolari anatomici, il braccio destro in alto mentre impugna la spada che è già penetrata in parte nel suo corpo, tra le clavicole, la testa è rivolta lateralmente, lo sguardo straziante fugge verso l’ alto e con il braccio sinistro regge la sua sposa, in ginocchio, e ormai priva di vita. 

Entrambe le figure riempiono interamente lo spazio circostante, osservabili da diversi punti di vista. Il “Galata suicida” evoca sentimenti di coraggio, sacrificio, di eroismo e di forza in quanto il guerriero celtico preferisce togliersi la vita e uccidere la propria donna piuttosto che essere catturati dai nemici.


Il Galata morente - Musei Capitolini

 Il Galata Morente

60 a.C.


Il Galata morente era una scultura bronzea attribuita a Epigono, autore di molte statue raffiguranti Galati, databile al 230-220 a.C. circa e oggi nota da una copia marmorea dell'epoca romana conservata nei Musei Capitolini di Roma.[1] Con il Galata suicida e con altre opere di identificazione più complessa doveva fare parte del Donario di Attalo nella città di Pergamo.

L'opera fu commissionata da Attalo I di Pergamo per celebrare la sua vittoria contro i Galati. Non si conosce esattamente l'identità dell'artista che realizzò l'opera: si ritiene si tratti di Epigono, lo
scultore di corte della dinastia dei sovrani di Pergamo.

Fu una delle opere scultoree dell'antichità più note e, per questo motivo, fu spesso ripreso da molti artisti di epoche successive. La versione capitolina venne scoperta all'inizio del XVII secolo,
durante gli scavi di Villa Ludovisi. La prima testimonianza del ritrovamento risale al 1623, quando l'opera venne registrata quale parte della collezione della potente famiglia romana.

Il guerriero celtico giace nudo, semisdraiato sul proprio scudo, sostenendo il corpo, piegato dal dolore, con la mano destra poggiata a terra; il volto contratto dal dolore guarda verso il basso. La mano sinistra è abbandonata sulla gamba destra, piegata e con il piede posto sotto la gamba sinistra quasi compleamente distesa. Sul torace, dalla ferita morale sgorga copioso il sangue.
La figura è etnicamente caraterizzata dai baffi, dai capelli scomposti in lunghe ciocche ispide e dal torques,tipico ornamento dei Galli.
Anche lo scudo ovale con spina centrale ingrossata è una tipica arma celtica; sulla base è raffigurata anche la tromba ricurva, il cornu, con il suo filo di sospensione.



Il Discobolo - Museo Nazionale delle Terme

 Il Discobolo

Lancellotti 

II sec. d.C.


Il Discobolo è sicuramente una delle sculture più famose dell’antichità. Fu realizzato dal grande artista Mirone tra il 455 e il 450 a.C. Mirone fu un grande scultore, nato intorno al 500 a.C. a Eleutere, nella regione greca della Beozia. Di lui non si conosce praticamente nulla, anche se le fonti antiche lo ricordano come uno degli artisti più importanti della metà del V secolo a.C.

Sappiamo che fu un bronzista. Alcuni studiosi suppongono sia stato allievo di Agelada, un grande maestro della prima classicità nonché probabile autore di uno dei Bronzi di Riace.

La statua, come indica lo stesso nome, rappresenta un atleta mostrato nell’atto di lanciare il disco, durante una competizione sportiva. Qualcuno ha riconosciuto nel giovane sportivo la figura mitologica di Giacinto, ragazzo amato da Apollo e ucciso, involontariamente, proprio dal dio, che poi lo trasformò in fiore. 

L’originale in bronzo di Mirone è andato perso ma la statua è nota grazie ad alcune copie romane in marmo o in bronzo. Fra quelle marmoree, due in particolare sono degne di interesse, in quanto completamente integre: la versione detta Lancellotti del Museo Nazionale delle Terme a Roma, considerata la più bella, e la versione detta Townley, conservata al British Museum di Londra. Tali versioni sono quasi identiche, differendo solo per la posizione della testa.

La statua del Discobolo Lancellotti raffigura un atleta colto nell’attimo che precede il lancio del disco. Scoperto nel 1781 a Roma, sull’Esquilino presso villa Palombara, il Discobolo Lancellotti fece parte per lungo tempo della collezione privata della famiglia Lancellotti (da cui deriva il nome) nel Palazzo Massimo Lancellotti a Roma. Acquistato nel 1938 da Adolf Hitler, è rimasto nella Gipsoteca di Monaco di Baviera fino al 1948. Dal 1953 si trova nel Museo Nazionale Romano. Del Discobolo Lancellotti sono di restauro il polpaccio destro, le dita della mano sinistra, la base ovale che comprende il plinto antico e forse un’estremità inferiore del disco; risultano integrati (riattaccati) il braccio destro e il piede sinistro.

Augusto - Musei Vaticani

 Augusto di Prima Porta

I sec. d.C.


La statua, databile agli inizi del I secolo d.C., fu rinvenuta nella Villa di Livia, moglie di Augusto, presso Prima Porta lungo la via Flaminia, raffigura l’imperatore nell’atto di parlare ai soldati (adlocutio), vestito di corazza e con il mantello (paludamentum) attorno ai fianchi. 

La novità artistica, tipicamente romana della scultura di Augusto, e' la copertura del corpo. La corazza, e il drappo che poggia sul braccio sinistro, sono simboli della posizione di potere e gloria che l'uomo rappresenta in quel preciso momento storico. L'imperatore ha i piedi nudi e il capo scoperto, ad accentuare lo spirito eroico. A rilievo sul busto un rappresentante dei Parti restituisce a un Romano le insegne strappate a Crasso nel 53 a.C. durante la rovinosa battaglia di Carrhae. Ai lati sono presenti personificazioni di due province dell’impero. 

La scena è inserita in un paesaggio cosmico: in alto sono visibili la personificazione del Cielo al centro, il carro solare di Apollo e l’Aurora ai lati. In basso si riconoscono la Terra giacente, Apollo sul grifone e Artemide sulla cerva. Sulla gamba destra è riportato un bambino: Eros, a cavallo di un delfino. Eros era figlio di Venere e il delfino è un omaggio a Venere, simboleggia infatti la nascita della dea avvenuta dall'acqua. 

Infatti Augusto apparteneva alla gens Iulia, che si riteneva discendere da Venere, madre di Enea, tramite il figlio di questi Ascanio o Iulo. Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto ( Roma, 23 settembre 63 a.C. – Nola, 19 agosto 14 d.C.) e' stato il primo imperatore romano. L'età augustea segna un passaggio fondamentale nella storia di Roma, ossia la fine del periodo repubblicano e l'inizio del principato.


domenica 11 febbraio 2024

Laooconte - Musei Vaticani


Laooconte

I sec. d.C.


In questo gruppo vi è raffigurata la drammatica scena descritta anche nell’Eneide: il sacerdote troiano Laocoonte ha ammonito i suoi compatrioti di non accogliere il cavallo di legno in cui si nascondono soldati greci. Gli dei, che vedono ostacolati i propri progetti di distruggere Troia, mandano dal mare due giganteschi serpenti che stringono nelle loro spire il sacerdote e i suoi sventurati figli soffocandoli.

Quando il gruppo scultoreo fu ritrovato nel 1506, gli artisti e gli amatori d’arte ne furono sconvolti. Allo scavo di grandezza stupefacente, secondo le cronache dell’epoca, assistettero di persona, tra gli altri, lo scultore Michelangelo e l’architetto Giuliano da Sangallo inviato dal papa a valutare il ritrovamento, secondo la testimonianza di Francesco, giovane figlio di Giuliano, che, ormai anziano, ricorda l’episodio in una lettera del 1567.
 
Secondo questa testimonianza fu proprio Giuliano da Sangallo ad identificare i frammenti ancora parzialmente sepolti con la scultura citata da Plinio. Plinio raccontava di aver visto una statua del Laocoonte nella casa dell’imperatore Tito, attribuendola a tre scultori provenienti da Rodi: Agesandro,
Atanodoro e Polidoro.


Apollo del Belvedere - Musei Vaticani

 Apollo del Belvedere

II sec. d.C.



L’Apollo del Belvedere è una copia romana del II secolo d.C. di un originale in bronzo del IV secolo a.C. L’originale è attribuito allo scultore greco Leochares, uno degli artisti che lavorarono al mausoleo di Alicarnasso, opera monumento collocata tra le sette meraviglie del mondo antico. La statua venne ritrovata ad Anzio, cittadina sul mar Tirreno a una cinquantina di chilometri da Roma, alla fine del XV secolo.

Dopo il ritrovamento l’opera finì nella collezione del cardinale Giuliano della Rovere che, una volta diventato papa col nome di Giulio II nel 1503, la portò con sé per esporla nel cortile del Belvedere in Vaticano. La scultura rappresenta Apollo, dio del sole, in una posa di grande solidità, armato di arco, simbolo e strumento della sua potenza vendicatrice. La statua che vediamo oggi però non è proprio del tutto originale. Giovanni Angelo da Montorsoli, un religioso scultore e architetto, la restaurò nel 1532 aggiungendo gli avambracci e le mani che in realtà mancavano. Questo intervento, un po’ forzato, venne rimosso nel 1924 per poi essere ripristinato nel 1999, testimoniando come i gusti in fatto di restauri spesso cambiano nel corso della storia. L’opera fu creduta un originale greco fino a tutto il Settecento

 Lo storico dell’arte tedesco Winckelmann vi riconobbe personificato “il più alto ideale dell’arte fra tutte le opere antiche”. Winckelmann pensò che la mancata realizzazione nella scultura delle vene e dei tendini fosse il segno di uno spirito divino. In realtà si scoprì poi che la scultura, tecnicamente non perfetta, è una copia romana, ridimensionando la sua fama, senza però diminuirne il fascino che ancora oggi ispira nei visitatori dei Musei Vaticani. 

In questa statua ritroviamo la grandiosa purezza e nobiltà degli dei condensata attraverso una forma che ci appare leggera. Apollo è pronto a scatenare la sua collera, ma qui diventa un atto senza dolore, un’espressione di splendore e un brillante gioco di stile. La suggestione di quest’opera allungò la sua ombra nel corso della storia dell’arte, fino ai giorni nostri. Influenzò artisti, movimenti e comparve in altre opere d’arte. Un esempio su tutti è l’opera Chant d’amour del pittore Giorgio de Chirico in cui la
testa dell’Apollo appare ritratta a fianco di un guanto da cucina.


Il Marforio - Musei Capitolini

 Il Marforio Il Marforio  è un'enorme  scultura   marmorea  di  epoca romana , risalente al  I secolo . La statua, di dimensioni monum...