La Venere Capitolina
La scultura, di dimensioni
di poco maggiori del vero, fu rinvenuta nei pressi della basilica di San Vitale
intorno al 1666-1670 e fu acquistata e donata alle collezioni capitoline, da
papa Benedetto XIV nel 1752.
Durante la campagna
napoleonica in Italia, nel 1797,
fu portata a Parigi per volontà del generale Napoleone,
insieme alle altre opere prelevate per mezzo del trattato di
Tolentino, quali il Bruto capitolino e lo Spinario,
nel contesto delle spoliazioni
napoleoniche.
La statua ritornò, poi, a Roma nel 1815,
e fu da quel momento esposta presso i Musei Capitolini, dove è tutt'oggi
conservata, grazie all'intervento del Canova, successivamente al Congresso di
Vienna.
Per fama era pari all'Apollo del
Belvedere, alla Venere de'
Medici, al Laocoonte, al Discobolo o ai Cavalli di San
Marco. Venne restituita durante la Restaurazione col Congresso di
Vienna e l'opera del Canova.
L'opera ritrae Venere al
bagno, nella posizione pudica. Essa infatti si piega
leggermente su se stessa per coprirsi con le mani e le braccia il pube e i
seni. Accanto a sé ha un panno appoggiato su un'alta anfora. L'acconciatura è
alquanto particolare, coi capelli annodati sia sulla nuca, sia sulla testa, a
mo' di fiocco.
Evidente è la ricerca di una resa naturalistica e idealizzata
del corpo femminile nudo, che all'epoca aveva messo in secondo piano i
significati sacrali legati alla figura della dea nelle rappresentazioni
anteriori.

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